Festa della Repubblica/2 | Guardiagrele Sociale :: Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Guardiagrele

Festa della Repubblica/2

La comunità che fa verità

by Simone Dal Pozzo

Intervento di Simone Dal Pozzo.
sindaci1.JPG
I due sindaci aprono la marcia del 2 giugno

La festa della Repubblica per il quarto anno chiama la comunità cittadina e non solo a tradurre nei segni l’impegno di un popolo che, camminando, ragiona su se stessa, si interroga, cerca.

Quest’anno, come è dal 2006 quando inaugurammo il “sentiero della Repubblica”, il cammino inizia dalla montagna e, in modo particolare, dalla montagna che custodisce la memoria viva di un passato che insegna; ed è stato un cammino per molti, grazie all’impegno del CAI di Guardiagrele, più lungo, più faticoso che, meglio dell’ultimo tratto che ci ha portati qui, ha dato il segno della fatica verso la meta della scelta democratica e repubblicana.

Il primo tratto è stato attraverso il “sentiero della Repubblica”, inaugurato due anni fa, a sessant’anni dal referendum istituzionale; un sentiero che termina, venendo da Piana delle Mele, proprio sul sacrario di Andrea Bafile ma che, proprio per questa coincidenza geografica, si può dire che da lì inizia: anche qui, quindi, la metafora di una vita repubblicana che si nutre – e non può essere diversamente – della vita e dell’esempio di eroi che hanno costruito il nostro futuro.

Si conclude in questa piazza (Piazza S. Francesco) dove, come abbiamo più volte ricordato (l’ultima il 19 agosto di due anni fa), l’incontro tra le anime della città si fa storia di ogni giorno e si fa storia in festa, come le note della banda di Guardiagrele, che ringrazio, vengono a ricordarci.

Quest’anno, grazie alle riflessioni dei bambini, questa singolare metafora si è arricchita di un nuovo simbolo, quello della bussola. Questi piccoli cittadini, già titolari di diritti che forse neppure conoscono, ci hanno detto in maniera chiara che in questo cammino non può che essere la Costituzione il punto di riferimento.

Che ce ne sia bisogno lo ha chiarito senza giri di parole il Presidente della Repubblica nel suo messaggio agli italiani per questo 2 giugno, quando ha detto di non poter tacere la sua preoccupazione, in questo momento, per il crescere di fenomeni che costituiscono la negazione dei principi e valori costituzionali: fenomeni di intolleranza e di violenza di qualsiasi specie, violenza contro la sicurezza dei cittadini, le loro vite e i loro beni, intolleranza e violenza contro lo straniero, intolleranza e violenza politica, insofferenza e ribellismo verso legittime decisioni dello Stato democratico.

Egli ha chiesto a quanti, cittadini e istituzioni, condividano questa preoccupazione, di fare la loro parte nell’interesse generale, per fermare ogni rischio di regressione civile in questa nostra Italia, che sente sempre vive le sue più profonde tradizioni storiche e radici umanistiche.

Costruiamo insieme  - ha infine invitato Giorgio Napolitano - un costume di rispetto reciproco, nella libertà e nella legalità, mettiamo a frutto le grandi risorse di generosità e dinamismo che l’Italia mostra di possedere.

La festa della Repubblica quest’anno assume un significato diverso, più completo perché il testo – la Costituzione – che ne esprime l’identità, festeggia i 60 anni dalla sua entrata in vigore, come 60 sono gli anni dall’approvazione della Dichiarazione Universale dei diritti umani. I loro testi sono racchiusi in un piccolo manuale che entro questa settimana, ultima dell’anno scolastico, sarà distribuito alle scuole perché ciascuna ne curi la consegna personale ad ogni alunno e studente.

Questa è la ragione di un titolo così impegnativo: per la dignità sociale, l’uguaglianza, la libertà e i diritti della persona. In queste parole si condensa ciò che coincide nella parola e nel senso tra i due fondamentali documenti.

Essi, come abbiamo scritto nel manifesto, vedevano la luce in un periodo nel quale il pianeta era appena uscito dall’esperienza della guerra e tutti sentivano il bisogno di ricostruire ciò che era stato distrutto: rapporti tra persone e tra nazioni; diritti negati per troppo tempo; regole per la convivenza democratica; principi e strutture per una civiltà solidale, al lavoro per il bene comune.
Ma essi parlano a noi oggi esattamente come parlavano all’uomo di sessanta anni fa soprattutto perché, sebbene appaiano la traduzione scritta di ciò che sembra ovvio e scontato, quanto dicono non sempre è condiviso e rispettato.

Violazioni dei diritti umani, infatti, sono ancora diffuse sul pianeta e ostacoli alla piena realizzazione della libertà e dell’uguaglianza attraversano, senza che ce ne accorgiamo, anche i luoghi che frequentiamo ogni giorno.

Questa è la riflessione che fa da sfondo al tema di quest’anno; un tema che appare impalpabile, generico, impreciso, non afferrabile, troppo ampio, ma che, invece, richiama alla mente le concretissime riflessioni fatte nel corso del forum di questa primavera che proprio oggi si chiude.

Questo è il motivo per il quale le riflessioni del 2 giugno, per il quarto anno ormai, si traducono in una lettura, fatta con la lente dei principi democratici posti alla base della scelta repubblicana del 1946, di un percorso fatto, ancora una volta, di incontro e di dialogo, di parole dette e ascoltate, di volti con i quali la nostra città si è incrociata.

Abbiamo ragionato in modo particolarissimo sul significato della comunità e abbiamo cercato di scorgerne le tracce in una città che spesso appare, per dirla con Andreoli, rotta ma che, allo stesso tempo, è capace di tanti gesti di comunione.

La riflessione che desidero fare con voi, allora, cercherà di unire – e non sarà difficile – il tema della marcia con quello della comunità. 

E lo faccio, ovviamente, partendo dalla Costituzione: quando ci renderemo conto che in essa troviamo la formula per sciogliere ogni nodo che impedisce alla comunità civile di essere se stessa e, cioè, di essere il luogo o, meglio, per dirla con Mancini, l’evento nel quale i diritti di ciascuno si realizzano, vuol, dire che avremo capito che la nostra città può essere esattamente come deve essere, come la gente vuole che sia, come le formazioni sociali, le aggregazioni associative, le istituzioni chiedono che sia, come ciascuno di noi deve desiderare e pretendere che sia, come chi ha combattuto perché questa Costituzione vedesse la luce voleva che fosse.

In questa ottica, leggere oltre le parole, andare oltre il senso letterale e capire perché sono scritte in un certo modo piuttosto che in un altro, poi, diventa un esercizio che aiuta a capirne il significato più profondo.

Il cuore del tema di questa fiaccolata è scritto negli articoli 2 e 3. Voglio soffermarmi sul secondo.

La Repubblica, che oggi festeggiamo, riconosce e garantisce – ricorda l’articolo 2 – i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

L’attuale formulazione è il frutto di un emendamento presentato da Amintore Fanfani e firmato, tra gli altri, anche Aldo Moro, giovane deputato alla Costituente, e approvato dall’Assemblea il 24 marzo del 1947. In quella precedente, poi respinta, si parlava di riconoscimento dei diritti essenziali agli individui e alle formazioni sociali.

Dov’è la differenza?

Come lo stesso Moro spiegò nell’intervento di quel giorno in Aula, lo Stato assicura la sua democraticità ponendo a base del suo ordinamento il rispetto dell’uomo guardato nella molteplicità delle sue espressioni, l’uomo che non è soltanto singolo, che non è soltanto individuo, ma che è società nelle sue varie forme, società che non si esaurisce nello Stato. 

Alla proposta di sostituire la parola uomo con cittadino, poi, egli rispose che ciò non era possibile perché l’intento specifico è quello di mettere in luce la complessa natura dell’uomo, la quale trova espressione mobilissima nelle manifestazioni politiche del cittadino, ma non si esaurisce in esse.

L’uomo al centro, quindi, con i diritti che preesistono alla Costituzione e che questa, quindi, riconosce e garantisce. E lo fa guardando a lui sia come singolo, sia nelle formazioni sociali nella quali si svolge la sua personalità.

Non è forse comunità ognuna di queste formazioni sociali? E non vuol dire, questo, che i diritti possono essere riconosciuti e tutelati solo quando l’uomo vive in relazione agli altri costruendo con essi una comunità o, meglio, scoprendo di esserne parte?

Qui è lo snodo della riflessione di questa sera: sta a noi comprendere quanto sia importante dilatare sempre più l’evento-comunità, dare ad essa il senso suo proprio per fare in modo che ci sia un riconoscimento effettivo dei diritti della persona, di tutti i diritti.

Vedete, se la Costituzione avesse riconosciuto i diritti inviolabili (non passò la definizione essenziali!) all’uomo, da una parte, e alle formazioni sociali, dall’altra, questo significato si sarebbe perso: si discusse, su questo punto, e, arrivando alla formulazione attuale, si è reso più chiaro il fatto che i diritti inviolabili che sono di ciascuno per il solo fatto che esistono, non possono essere riconosciuti se non dentro la comunità.

Ma cos’è questa comunità? Cosa noi vogliamo essere? Dove desideriamo arrivare? Verso quale obiettivo camminiamo? Ci interessa raggiungere questo traguardo? A quale prezzo?

Ne abbiamo ragionato a fondo in questi mesi del forum e qualche risposta ci è stata data.
Parole ed esperienza concreta ci hanno mostrato cosa e come deve essere una comunità.

Giuseppe Lumia, Vice presidente dell’Antimafia, ce l’ha tratteggiata come uno spazio sociale, uno spazio di gratuità fatto essenzialmente di ascolto, un luogo di incontro. Uno spazio nel quale la bussola (ecco la bussola!) è la legalità costituzionale, non quella delle leggi fatte a tutela di singoli interessi e, addirittura, di singole persone.

E’ lo spazio non più fisico nel quale si riconoscono e si valorizzano le capacità di ciascuno, nel quale al proprio interlocutore non si chiede più chi è o chi ha alle spalle ma si chiede cosa sa fare. E’ lo spazio nel quale, finalmente, si rompe il meccanismo della violazione delle leggi, il meccanismo per il quale si chiede come favore ciò che spetta come diritto, il meccanismo della “predestinazione”, un meccanismo che rompe le ossa al paese, che lo rammollisce, che ci <<guasta il sangue>>, che ci toglie la voglia di fare.

Da questo nuovo rapporto tra le persone può e deve nascere un nuovo rapporto con le istituzioni. Queste non possono dare tutto ma devono assolutamente dare strumenti per favorire una sorta di autogestione. In questa ottica si crea il protagonismo delle persone, dei gruppi, degli attori, e si fa in modo che gli strumenti forniti siano sentiti come propri: e in questo modo se ne ha anche maggiore cura.

Roberto Mancini, ospite al convegno dell’Azione Cattolica, ce l’ha descritta non come un luogo ma come un evento. Non è un luogo perché se così fosse essa sarebbe tanto più forte quanto più possente è il suo perimetro, quanto più alte sono le sue mura. La comunità vera è un evento che avviene quando cadono le barriere ed è lì che l’uomo diventa se stesso pienamente perché lì si realizza la relazione con l’altro e, potremmo dire, diventa realmente soggetto di diritti.

Vittorino Andreoli, poi, ci ha parlato di una comunità come rete di relazioni, una rete fatta di nodi nella quale il movimento di ogni nodo la fa muovere tutta. Una rete nella quale la capacità di ascolto e di relazione si costruisce nello stare con l’altro, soprattutto con l’uomo rotto, come lui lo ha definito, con le fragilità che avvicinano, che fanno concretamente degli uomini una comunità.

Anche nel convegno chiuso sabato sul gioco e sulla creatività si è parlato della comunità andando all’origine della parola e scovandone due significati, apparentemente contrastanti ma che, invece, reciprocamente si completano.

Comunità (cum munus) è prendersi cura gli uni degli altri, assumere le responsabilità e i pesi gli uni degli altri, ma anche donarsi reciprocamente o, secondo alcuni, semplicemente dare: la comunità non è la proprietà di alcuno, una appartenenza nel senso di autorità da conquistare. La comunità non può avere a che fare con il "proprio"; ha a che fare, invece, con l'alterità.

Questo dire si è anche arricchito di originali letture: di libri, grazie alle mostre del Sistema Bibliotecario, e di immagini, grazie alla mostra-concorso del Cavocchio che ha premiato, tra gli altri, i migliori “scatti di solidarietà” giunti da tutta Italia e alle fotografie dei nostri giovani liceali portati dal Centro di Servizio per il Volontariato di Chieti a scoprire la realtà lontana e diversa dell’Africa centrale, in Camerun.

Questo impegno è stato, poi, sostenuto da importanti collaborazioni che ci danno il segno di una comunità non isolata ma inserita da protagonista in contesti più ampi nei quali  si fa conoscere e riconoscere: la Conferenza Regionale del Volontariato e il Coordinamento degli Enti per la pace.

A questo dire, a questo vedere, a questo guardarsi, si è, però, aggiunto un fare: la grande festa della famiglia del 10 maggio, promossa da Punto Giovani, Punto Famiglia e Punto Scuola, ha dato carne alle parole, sostanza alla teoria, gambe alle idee; ha mostrato cosa può essere una comunità, ha fatto vedere e vivere quella reciprocità, il senso del costruire,  il senso del lavorare insieme, il senso della possibilità, il senso di un sogno (che tale era per le difficoltà che poneva il progetto) che è diventato lievito di una sorprendente realtà di relazione e collaborazione, di integrazione e socializzazione.

Una comunità che si sente tale è anche quella che non si nasconde, che pone i problemi, che cerca soluzioni. E lo fa superando la fatica di una relazione quotidiana spesso fatta di diffidenza, di esclusione del diverso, di sguardi selettivi indirizzati solo dove è più comodo guardare, di affermazioni di una verità parziale, di pregiudizio.

E ciò che è più grave è che questo diffuso sentire attiene il più delle volte proprio ai quei diritti che possono costruire e garantire la dignità della persona.

Lo scorso anno ci siamo impegnati a resistere al senso diffuso di fronte al quale non si può far finta di nulla; il senso di sfiducia verso le istituzioni democratiche; il senso che ogni parola detta ed ogni gesto compiuto vadano nella direzione diversa da quella che appare; il senso che la responsabilità di ciò che si ritiene o che solo appare illegittimo possa essere attribuita, senza distinzioni a chiunque rappresenti la città, il paese; il senso di una infondata presunzione di indifferenza da parte di chi è chiamato ad una pubblica responsabilità verso le cose e i problemi; il senso che questo silenzio non sia conseguenza di una scelta ma solo la causa o l’effetto di un calcolo personale o di gruppo;  il senso di una distanza tra l’ente pubblico e la gente; il senso di una distorta interpretazione della competizione politica; il senso di una ignoranza della nuova e diversa dimensione della democrazia che chiede il confronto e il coinvolgimento della città; il senso di una incapacità a riconoscere le proprie responsabilità; il senso di una continua contesa; il senso della necessità di rispondere in maniera efficace ed economicamente apprezzabile ad ogni afflizione umana; il senso che a tale afflizione debba rispondere solo chi può; il senso della necessità e della opportunità di rispettare le regole e di pagare per accedere a certi servizi; il senso, però, che questi servizi debbano essere la risposta gratuita di una entità esterna nella quale a fatica ci si immedesima; il senso della inutilità della memoria, della inutilità di ritrovarsi in precisi momenti a rivivere gesti, persone, fatti; il senso della diffidenza verso lo straniero dimenticando che ad esso sono spesso affidate le sorti del governo della casa o della salute dei nostri anziani; il senso, anche tra i più giovani, che le capacità e le competenze possano trovare riconoscimento solo se si conosce chi ha responsabilità di governo; il senso che il voto promesso sia spesso solo il prezzo di un successivo incarico.

Contro questo senso comune ci siamo impegnati lo scorso anno  a costruire il monumento al quale, con le parole di Calamandrei, abbiamo dato il nome della resistenza.

Cosa abbiamo realizzato in questo anno?


Di certo abbiamo ragionato e approfondito; soprattutto ci siamo – lo ripeto ancora – incontrati. Alle parole dette abbiamo sostituito dei fatti, mattoni di un’etica e di un sentire condiviso, di una comunità autenticamente laica che riconosce, cioè, tutti i diritti per tutti e che fa dell’altro il compagno con il quale percorrere insieme un preciso tratto della storia della città, del territorio, della nazione. In questo “camminare accanto”, che non è un semplice accostamento di identità isolate, abbiamo cercato di creare spazi di vita condivisi (pensate al forum dello scorso mese di ottobre), in vista della costruzione di una comunità non semplicemente multipersonale, multi individuale ma interpersonale, interculturale, interindividuale dove le identità delle persone e dei gruppi si intrecciano.

Se dieci giorni fa trenta attori sociali della città si sono incontrati per progettare questa giornata e per gettare le basi di alcune strutture di comunità, è pure vero che in questi mesi abbiamo anche incrociato problemi che hanno diviso la città, che hanno alzato barriere. Dal difetto di comunicazione a volte si è passati alla comunicazione parziale, spesso liberamente interpretata e, quindi, portatrice di confusione, di senso di ribellione, di diffidenza.

Da questo momento ognuno deve capire, i cittadini come singoli e nelle formazioni sociali, come responsabili della politica e delle aggregazioni associative, che solo il dialogo può salvare la comunità, che solo una lettura oggettiva della storia e del presente può facilitare la comprensione di ciò che sarà.

Una comunità leale al suo interno e verso l’esterno ha la responsabilità di costruire ponti ma per farlo deve conoscere ciò che c’è sull’altra sponda. Non è il dialogo apparente, a tutti i costi, che non fa verità o che, comunque, la sfugge, quello di cui abbiamo bisogno.

Questo è il motivo per il quale fare un cenno ai problemi che vive la comunità è un obbligo che ho come amministratore e, soprattutto, come amministratore che si occupa di servizi alla persona. Posso ancora continuare a chiedere agli attori sociali di incontrarci e di ragionare insieme facendo finta che non vi sia una complicazione dei rapporti nella città che abbiamo l’obbligo di capire, di analizzare? Ma, d’altra parte, fino a che punto è possibile cercare di sciogliere questi nodi quando spesso se ne dà una lettura parziale, imprecisa, o, a volte,  volutamente o colpevolmente, incompleta?

Insomma, non sfugge a nessuno il fatto che in questi mesi si è aperta una ferita nella città: questa ferita va curata in nome della verità o il rischio è che diventi sempre più purulenta fino a diventare insanabile. Noi vogliamo dare il nostro contributo e lo dico qui, in questo momento, perchè è un momento di autocoscienza.

Abbiamo provato, dieci giorni fa, che un confronto è possibile quando si è reciprocamente disposti a riconoscersi nei reciproci ruoli, si è liberi da pregiudizi, si riconosce nell’interlocutore la buona fede, si presume che l’altro (e, in particolare, chi ha pubbliche responsabilità) agisce per un obiettivo altro da sé e alto per tutti!

Aiutiamoci, dunque, a costruire strutture di comunità, stabili ed effettive nelle quali i diritti siano pienamente riconosciuti e la dignità delle persone effettivamente tutelata; nelle quali, per fare questo, si riconosca che ognuno ha un ruolo, anche solo quello di cittadino che partecipa; che ognuno ha degli obblighi (è lo stesso articolo 2 che lo ricorda); che chi ci è posto accanto (sempre o anche solo per caso) ha qualcosa da insegnare, qualcosa da pretendere, qualcosa da dare; che va superata la strategia dell’evitamento e del disimpegno; che la custodia delle identità di singoli, per dirla con Bianchi, e gruppi non può trasformarsi in una ossessione offensiva degli altri; che il problema della sicurezza esiste, ma è quello della sicurezza umana che ci ricorda che il primo nostro obiettivo è andare incontro alle persone che sono sole, non dimenticandoci che la prima dimensione della giustizia è la prossimità e che questa comincia dal faccia a faccia, dalla relazione, dall’ascolto.

Se la nostra Guardiagrele è, come recita il nostro emblema, plena bonis, colma di beni, lo è perché le sue diverse parti, Guardia e Grele, affrancandosi seicento anni fa dall’antico signore, seppero, acquistando l’autonomia, costituirsi in Universitas. Per questo il leone del nostro stemma ha una lingua (prima l’emblema dei signori non l’aveva!)  lui che ne era privo, per ricordare, così dicono i tre esametri che completano il motto dell’intera città, l’onore di Grele, la parte antica e la forza di Guardia, la parte che alla fine prevalse.

Tornando alle radici della nostra identità, sarà, allora, possibile costruire anche da ciò che ha diviso, un futuro forse complesso ma certamente di unità.

Un futuro verso il quale si cammina, come abbiamo ricordato all’inizio; il cammino che ci ha portato qui e il cammino che, ponendo questo podio in questo preciso punto, colloca idealmente la città nel mondo spingendola verticalmente, per dirla con Tonino Bello, verso i grandi temi e poi riportandola giù, con i piedi ben fissi a terra!

Questo è il punto centrale di un trapezio costellato delle pietre giunte da tutti i continenti, segno di una possibile conciliazione tra popoli e culture, metafora di una pace che, come ci ricorda Luigi Ciotti - amico della città e dei forum - si nutre di paci, costruite e volute nella nostra feriale realtà. La pace ha questo bisogno di paci che si avviano  dai nostri territori, dentro le nostre realtà, dentro il nostro Paese.

Questo è anche il segno che la comunità non può che essere evento di narrazioni e di racconti, di dialogo tra gli attori che la compongono a beneficio loro, direbbe Angelo Scola, (per averne coscienza) e a beneficio di tutti. La comunità, allora come luogo di racconto, di confronto sereno e franco, come luogo solidale, di sussidiarietà reale.  

Le strade e le piazze della città, le aule di scuola come quella del consiglio comunale, le sedi delle associazioni come le abitazioni dei singoli cittadini, i luoghi, in definitiva, dove la città si unisce ma anche quelli dove essa è rotta o si rompe, dove la fragilità e la sofferenza spesso la fanno scomparire,  alla fine, non saranno aule sorde e grigie dove bivaccano i manipoli di un dittatore, ma luoghi ed eventi vivi nei quali la nostra comunità sarà un fatto e non più solo un’idea.

Viva Guardiagrele! Viva l’Italia! Viva la Repubblica!

Social Bookmark
  • co.mments
  • del.icio.us
  • Digg
  • Ma.gnolia
  • StumbleUpon
  • Technorati
  • YahooMyWeb
  • Oknotizie
  • Segnalo
  • SEOTribu
  • Wikio
  • Segnaloitalia
  • Google Italia

Commenti

Archivio